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Dott.ssa MORENA PEGGI Psicologa e Psicoterapeuta,

 Terapeuta Practitioner EMDR, Mediatrice Familiare

Studio di Psicologia Clinica e Forense

"Il benessere viene

dalla mente"

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LIBERA MENTE

visualizza:  completo / riassunto

LA STIMOLAZIONE COGNITIVA: UNA PALESTRA PER IL CERVELLO

Pubblicato il 14 luglio 2014 alle 08.25 Comments commenti (6422)

Negli ultimi anni si è assistito ad un invecchiamento progressivo della popolazione correlato ad un aumento delle malattie neurodegenerative. La Stimolazione Cognitiva si configura come un intervento finalizzato al benessere complessivo della persona in modo da incrementarne il coinvolgimento in compiti finalizzati alla riattivazione delle competenze residue e al rallentamento della perdita funzionale causata dalla patologia dementigena.

 

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CHE COS'E' LA FAME EMOTIVA?

Pubblicato il 20 giugno 2014 alle 11.00 Comments commenti (7477)


Si sente sempre più spesso parlare di “Emotional Eating”, o più comunemente “fame emotiva”. Si tratta di un meccanismo che ci spinge a considerare il cibo come un conforto, un rifugio in cui isolarsi di fronte a emozioni e difficoltà.

 Questo tipo di fame non risponde infatti a esigenze biologiche, ma nasce per soddisfare un bisogno psicologico, sia anche quello di “non sentire” i nostri pensieri e le nostre emozioni.

Una cosa è certa: l’ansia è alla base della fame emotiva, e può essere dettata da diversi fattori, come ad esempio preoccupazioni, insoddisfazione, solitudine, noia, rabbia, ecc.

Come possiamo riconoscere la fame emotiva? Vi riportiamo di seguito alcuni segnali:

 • Attacchi di fame frequenti, durante i momenti di relax, la sera, e in assenza di particolari ragioni

• Continui spuntini fuori pasto;

• Ricerca di pezzetti di formaggio, dolcetti, patatine da divorare senza neanche assaporarli;

 Nella fame emotiva è come se il cervello si annebbiasse, e l’unica cosa che si desidera è un conforto immediato e subito disponibile.

 Di solito le persone sono consapevoli di mangiare anche senza sentire lo “stimolo della fame” ma non sono abituate a chiedersi cosa cerchino di ottenere attraverso il cibo. Il cibo, subito disponibile e di immediata gratificazione, viene percepito dalle pazienti come l’unico rimedio al disagio.

 Sembra, quindi, esserci alla base un senso di inadeguatezza che vede nell’abbuffata un rimedio veloce e apparentemente sotto il proprio controllo per diminuire un disagio ritenuto intollerabile. Tale senso di inadeguatezza è però mantenuto dalle conseguenze degli episodi di abbuffata o fame emotiva poiché la persona, una volta terminato l’effetto “ansiolitico” o di gratificazione momentanea, comincia a esperire senso di colpa, vergogna e disgusto verso se stessa, coinvolgendo il soggetto in un circolo vizioso di inadeguatezza e reazioni disfunzionali auto-svalutanti sempre più intricato (Vinai e Todisco, 2007).




LA COPPIA E L'INDIVIDUALITA'; uno strano equilibrio

Pubblicato il 16 giugno 2014 alle 00.30 Comments commenti (3374)


La coppia, soprattutto nelle prime fasi nell'innamoramento, si esprime molto spesso con frasi come “voglio vivere ogni istante con lui/lei” “senza di lui/lei non sono niente”. E' accertato che vivere la dimensione del legame attribuendo all'altro/a un potere salvifico possa, a poco a poco, far perdere il proprio senso dell' IO, la propria autostima, il proprio senso di individualità.

La coppia può perdersi nell'essere tale fino quasi a identificarsi totalmente in questo legame e perdere ogni senso di individuo funzionante anche al di fuori della dimensione coppia e, in casi estremi, arrivando a delineare i contorni di una coppia patologica.

Come Erich Fromm, psicologo tedesco, ben evidenzia “in contrasto con l’unione simbiotica, l’amore maturo significa unione a condizione di preservare la propria integrità, la propria individualità.” Questo è sostanzialmente il punto di equilibrio, per così dire il segreto, occorre comprendere, sin dal primo momento, che nelle relazioni è necessario conservare tre poli interconnessi: la coppia e le individualità.

In questo le leggi della fisica (e della natura) ci vengono in aiuto. Occorre immaginare il movimento dei pianeti e le leggi gravitazionali. Tra una coppia di pianeti occorre una perfetta coordinazione di energie affinchè possano muoversi in sincronia senza invadere le orbite altrui pena la possibile collisione e distruzione.

Come evitare un rapporto totalizzante?

Beh per esempio ricordandoci che l'incontro con l'altro avviene, nella fase iniziale, quando si è singoli individui ed è proprio questa unicità che attrae l'altro, quindi è importante conservare sempre e non rinunciare mai a quegli elementi che ci rendono unici.

La coppia è sana se vista come arricchimento, potenziamento, completamento, l’altro ci completa non ci sovrasta o annulla, anzi mette in evidenza ed amplifica le nostre peculiarità.

Bisogna quindi resistere alla tentazione di adattare la nostra personalità a come lui/lei vuole che noi siamo perché così è inevitabile che si inneschi una bomba ad orologeria che col tempo è destinata a scoppiare.

COSA PENSO DI ME?

Pubblicato il 09 giugno 2014 alle 09.40 Comments commenti (4730)


Sempre più spesso sentiamo parlare di AUTOSTIMA ma cosa significa nello specifico questo termine? Cosa dice di noi?

L'autostima viene definita come una stima, un punteggio, un voto che ognuno da a se stesso nella vita di tutti i giorni. Più nel dettaglio si può dire che la stima di sè ha origine dal confronto tra l'immagine che ciascuno ha di se stesso e l'immagine di ciò che vorrebbe essere. Da questo ne deriva che tanto più ciò che vorremmo esserre è lontano da ciò che siamo tanto più ci si sente come persone di minor valore e si prova insoddisfazione nei propri confronti fino ad arrivare alla messa in crisi dell'intero individuo.

Accade quindi che per alcune persone aumenti il timore di sbagliare, si diventi più insicuri rispetto alle scelte che compiamo quotidianamente, subentra la  difficoltà ad analizzare i problemi in maniera oggettiva e distaccata, per così dire "a mente fredda". A questo si aggiunge il fatto che, di fronte agli insuccessi, perchè a volte nella vita accadono anche questi, la persona tenda ad attribuirsi la totalità delle colpe mettendosi in discussione in maniera globale.

Beh e qui arriva la notizia shock...la bassa autostima non è una condizione "per sempre". Ebbeni sì si può anche cambiare, evolvere e risollevare quella concezione così scarsa che abbiamo di noi stessi.

Prima di tutto occorre fare una bella analisi di ciò che siamo (pregi e difetti compresi), di quello che vogliamo, di cosa desideriamo, di quali sono i nostri valori, le nostre aspettative, cosa ci muove, cosa sappiamo ci rende felici. In più non sarebbe male dare uno sguardo anche al passato, cosa abbiamo fatto di importante nella nostra vita?ci siamo arrivati da soli? a costo di sacrifici? 

La nostra vita è costellata di piccole conquiste; da quando abbiamo imparato a camminare fino ad oggi, ogni cosa, non importa se piccola o grande, è stata da noi raggiunta e guadagnata. Questo è il punto di partenza. Da qui si parte per scoprire che le cose le possiamo fare, che gli obiettivi possono essere prefissati e raggiunti, perchè, come dice un famoso spot "NOI VALIAMO" indipendentemente dal fatto che qualcuno possa diventrare un premio Nobel, un famoso pittore o un'inferniera, un'operatrice sanitaria, una segretaria o un meccanico.


HIKIKOMORI: nuove generazioni crescono.

Pubblicato il 05 giugno 2014 alle 09.10 Comments commenti (2437)


HIKIKOMORI è una parola strana, esotica, che significa “ritiro” e che, da una decina di anni ad oggi, caratterizza un fenomeno sociale tristemente noto in Giappone e che si sta allargando in Corea, Usa, Nord Europa, Italia.

Il termine, coniato dallo psichiatra Tamaki Saito, definisce uno specifico gruppo di adolescenti e giovani adulti (14-20 anni circa) maschi che per un periodo superiore ai sei mesi sceglie di non uscire di casa, isolandosi completamente anche dai propri familiari. In Giappone gli hikikomori sono un fenomeno culturale e sociale: sono oltre un milione, l' 1% della popolazione, il 2% degli adolescenti.

 Le cause di tale fenomeno sembrerebbero essere molteplici e intrecciate non solo con le problematiche del singolo, ma anche con le pressioni sociali e le norme della cultura giapponese.

Nello specifico entrerebbero in gioco aspettative culturali che spingerebbero l'adolescente a immaginare come unico strumento per una vita di successo un'educazione prestigiosa, appannaggio però di pochi, lo stretto rapporto madre-figlio e l'assenza educativa della figura maschile che sembrerebbe caratterizzare la famiglia giapponese in grado, apparentemente, di mantenere economicamente il figlio sino oltre i 40 anni e, infine la pressione scolastica che spingerebbe i ragazzi a ritmi di lavoro piuttosto duri. L'intero ciclo di studio giapponese sembra inoltre caratterizzato dall'adesione a norme, regole e codici partecipativi che impongono al singolo di conformarsi al gruppo, tanto da renderlo l'elemento fondante dell'identità.

In un contesto simile, in cui il bisogno e la volontà del gruppo risultano primarie rispetto al singolo, è abbastanza semplice capire che cosa accade agli elementi che non vi si conformano. Nella società giapponese, infatti il fenomeno del BULLISMO scolastico appare molto più radicato rispetto al contesto occidentale.

 La reclusione appare così l'unico strumento per manifestare il proprio dissenso o il proprio disagio rispetto ad un gruppo e alle sue norme.

 Lo schema della “nascita di un Hikikomori” sarebbe così tratteggiato: pressioni scolastiche e familiari, spinta al conformismo da parte delle istituzioni o dei gruppi di pari, progressivo ritiro sociale come protesta, collusione della famiglia, mancanza di risposta da parte delle istituzioni →anni di isolamento.

 Tale fenomeno si inserisce in un contesto sociale e culturale tecnologicamente avanzato e che utilizza come strumento di comunicazione la rete internet che diventa il sostituto a 360° del mondo reale.

Nell'iconografia condivisa gli Hikikomori vivono rinchiusi in una stanza (il luogo scelto come habitat), non aprono a nessuno, la comunicazione avviene attraverso la porta, i pasti vengono lasciati davanti alla porta e vivono attraverso la realtà virtuale.

 Gli adolescenti Hikikomori rimangono, comunque, degli adolescenti alla ricerca di sé stessi, di un'identità che non può strutturarsi in assenza di relazioni e di interazioni.

Le istituzioni (la scuola, la società e la famiglia dovrebbero compiere una seria e attenta riflessione in virtù delle aspettative e delle richieste eccessive rivolte ai giovani di oggi.

INTELLIGENZA EMOTIVA

Pubblicato il 30 maggio 2014 alle 05.20 Comments commenti (6523)

Nel nostro pensiero comune spesso equipariamo il concetto di Intelligenza al concetto di QI (quoziente intellettivo).

Bene, esistono diffuse eccezioni alla regola secondo la quale il QI sarebbe in grado di prevedere, per esempio, il successo personale. Al massimo il QI contribuisce in ragione del 20% ai fattori che determinano il successo nella vita, il che lascia evidentemente l'80% determinato da altre variabili.

Secondo Gardner esisterebbero intelligenze multiple quali l'intelligenza linguistica, musicale, logico-matematica, spaziale, corporea, intrapersonale, interpersonale, naturalistica e spirituale o esistenziale.

 

Daniel Goleman aggiunge un tassello importante alla concezione di Intelligenza definendo ciò che intende per INTELLIGENZA EMOTIVA.

Si tratta della capacità di motivare se stessi e di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e rimandare le gratificazioni; di modulare i propri stati d'animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare; e ancora, la capacità di essere empatici e di sperare.

Da queste parole si può capire come l'intelligenza sia un mix di empatia, motivazione, autocontrollo, logica, capacità di adattamento e di gestione delle proprie emozioni nonché riconoscimento delle emozioni altrui, così da riuscire ad utilizzare i lati positivi di ogni situazione cui si va incontro e abilità nella gestione delle relazioni sociali.

 

Secondo Goleman le persone con intelligenza emotiva sarebbero socialmente equilibrate, espansive, allegre, non soggette a paure, a eccessivi sensi di colpa o al rimuginio di natura ansiosa, tenderebbero a essere sicure di sé, ad esprimere i propri sentimenti in maniera adeguata, hanno la spiccata capacità di dedicarsi agli altri, di assumersi responsabilità, di avere concezioni e prospettive etiche e si sentirebbero a proprio agio con se stesse e con gli altri.

 

Tali capacità non possono che essere acquisite dalla prima infanzia e per tutta l'età dello sviluppo della persona. Risulta quindi ovvio e necessaria una politica del tutto nuova da parte della scuola; occorre quindi sviluppare in ogni bambino non solo le abilità riferite agli insegnamenti classici (logico-matematiche, lingustiche) ma anche il restante 80% di capacità all'interno delle quali rientra anche l'”alfabetizzazione emotiva”.

VIAGGIO ALL'INFERNO

Pubblicato il 30 maggio 2014 alle 03.45 Comments commenti (2804)

Gli Inferi rappresentano in tutta la mitologia la parte nascosta, interna della nostra psiche. Jung definisce tali aspetti nascosti della personalità "aspetti d'Ombra" ossia manifestazioni della nostra parte più oscura e terribile. Così nel profondo della personalità di ogni individuo vi sono sempre aspetti insospettabili.

La cosiddetta "psicologia del sospetto" è caratterizzata proprio dall'idea che al di là delle apparenze si celino una moltitudine di verità che sfuggono a uno sguardo superficiale e grossolano. Le persone nascondono sempre il loro vero volto, è difficile che lo mostrino, e spesso ci lasciamo confondere da titoli e da etichette che sembrano forgiati su misura - proprio come un abito - per sviare le nostre intuizioni.

 

Voler diventare psicologi, ad esempio, implica non solo il percorrere un certo tipo di cammino ma, soprattutto, acquisire una particolarissima forma di sensibilità. Il vero psicologo, infatti, deve possedere una vista e un udito del tutto singolari. Non saranno i fatti palesi, l'evidenza, ad attrarre la sua attenzione, bensì tutto quello che agli altri sfugge, ciò che percorre cunicoli sotterranei, che non vuole essere individuato. Significa in sostanza riuscire a cogliere un suono molto flebile nonostante vi sia un grandissimo rumore.

Ma questo può avvenire solo se lo psicologo ha la necessità di ascoltare quel piccolo rumore, quel piccolo suono che si fa sentire soprattutto nei momenti di maggiore conflitto con il mondo esterno.

 

Scendere all'Inferno, dunque, significa affrontare grandi sofferenze e correre rischi enormi: ne vale la pena? Sì, vale la pena correre questo rischio nella misura in cui si intenda riuscire a conoscere il senso della sofferenza e il regno dell'interiorità. La sofferenza regala consapevolezza, ma solo a condizione di viverla fino in fondo e di coglierne il significato.

da L'ANIMA DELLE DONNE di Aldo Carotenuto

Il modello Gentlecare per la Demenza nei Servizi per gli Anziani

Pubblicato il 20 maggio 2014 alle 17.15 Comments commenti (5226)

IL MODELLO GENTLECARE DI ASSISTENZA PER L'ALZHEIMER Che cosa è? Su cosa si basa? Utopia o realtà?

 

La condizione della Demenza fa riferimento a più di 70 malattie, caratterizzate da un insieme di sintomi, che sfociano in un progressivo deterioramento delle cellule cerebrali, in particolare quelle responsabili delle funzioni della memoria e del pensiero astratto. Per alcune di loro la causa è sconosciuta, e quindi non vi è alcuna cura adeguata. Il deterioramento cognitivo provoca disfunzioni in tutti gli aspetti della vita quotidiana e delle relazioni interpersonali, e spesso è stato confuso con la senilità.

Tra le forme di Demenza più comune ritroviamo la malattia di Alzheimer che, a sua volta, può essere suddivisa in due forme; a esordio precoce (si manifesta tra i 45-60 anni) e a esordio tardivo (si manifesta dopo i 60 anni).

Tra i servizi offerti per la cura degli anziani si ritrovano frequentemente sul territorio quelli basati sul modello biomedico che si occupa del trattamento dei sintomi della malattia e della cura, dove gli interventi primari sono costituiti da strategie invasive, dove il personale è incoraggiato a rimanere emozionalmente neutro, dove il corpo e la mente vengono considerate entità distinte, dove gli ambienti sono di carattere istituzionale, dove viene incoraggiata nel paziente la dipendenza e l'aderenza al trattamento medico, dove il lavoro viene ripartito secondo settori professionali e dove l'accento viene posto sull'efficienza.

Negli ultimi anni, e grazie anche alle spinte di nuovi modelli di cura per la persona (modello bio-psico-sociale) si sono affacciate sulla scena dei servizi altre modalità di gestione della malattia dementigena.

All'interno di questo nuovo panorama si inserisce il Modello Gentlecare che si basa su un tipo di assistenza definita "protesica".

Le caratteristiche salienti questo modello possono essere riassunte in quanto segue:

 

  • focalizzazione sui tipi di comportamento e sulle cause dei problemi
  • i valori umani, la conversazione e i contatti sono enfatizzati dallo staff, il metodo di assistenza del quale rappresenta la principale componente della terapia
  • si utilizzano tecniche e strumenti non invasivi, che dipendono fortemente da un binomio persona/ambiente adeguato; l'accento è posto sull'utilizzazione dell'interazione umana (musica, massaggio, coccole, animali domestici,passeggiate, conversazioni)
  • l'integrazione del corpo, della mente e dello spirito è cruciale nell'approccio assistenziale
  • gli ambienti sono semplici, domestici, terapeutici e protesici
  • non potendo trattare molti dei sintomi delle malattie demenziali, si pone l'accento sull'identificazione delle capacità residue e sul loro supporto
  • l'obiettivo dell'assistenza alla demenza è di aiutare a sostenere il paziente e la sua famiglia
  • il contesto sociale è vitale; operatori professionali, famiglie e comunità lavorano in alleanza terapeutica
  • tutto lo staff è il principale agente terapeutico; il suo modo di dare assistenza è la principale componente della terapia

 

 

Gentlecare è un programma completo, volto a preparare il personale assistenziale e i caregiver familiari alla cura della persona affetta da demenza primaria progressiva. Il sistema è applicabile nelle strutture di assistenza per acuti, nelle strutture di lungodegenza e nei programmi dei centri diurni; cambia il modo in cui i caregiver familiari.

Gentlecare promuove un orientamento che, piuttosto che concentrarsi sul comportamento della persona colpita, incoraggia un adattamento dell'ambiente fisico e sociale in cui la persona deve operare. Ciò comporta un cambiamento significativo del modo in cui pensiamo e agiamo nell'assistenza alla persona affetta da demenza. Si aiutano le famiglie e il personale di assistenza a identificare e rimuovere i fattori di stress dell'ambiente che circonda la persona affetta da demenza. Sono incoraggiati a fornire strategie e programmi efficaci, che aiuteranno l'individuo a vivere più confortevolmente nel proprio ambiente.

Gentlecare crea un ambiente armonico tra persone dementi e costituito da:

 

  • lo spazio fisico
  • le loro attività quotidiane
  • le persone significative con le quali interagiscono

 

Viene introdotto il concetto di protesi assistenziale in cui le tre componenti – persone, programmi e spazio fisico- lavorano in armonia per produrre un sostegno, o protesi, per la persona affetta da demenza.

 

Delle tre componenti di gran lunga la più critica sono le persone. Ne fanno parte i caregiver familiari (congiunto, figlia) e i caregiver professionali. Questi ultimi formano un sistema di sostegno artificiale che ha bisogno di essere formato non solo in merito alla malattia Demenza e i progressivi gradi di evoluzione ma anche rispetto ai canali comunicativi come il linguaggio e comportamentale.

I programmi comprendono tutto ciò che fa una persona affetta da demenza nel ciclo delle 24 ore. Devono includere la cura della persona, la comunicazione, l'intimità, la distensione, la riduzione dello stress, la competenza e deve tenere conto dei ruoli svolti dalla persona con demenza nella vita precedente.

L'ambiente fisico delle persone affette da demenza deve essere semplice, domestico e terapeutico, anche quello delle strutture! Deve essere uno spazio concepito per essere vissuto e deve ricordare gli oggetti personali e familiari. Numerosi elementi del design possono migliorare le funzioni e la qualità di vita, come perimetri sicuri, vialetti all'esterno e all'interno, segnali e segni per il riconoscimento degli ambienti; piccoli molteplici ambienti per le attività sociali e i pasti; eliminazioni degli elementi che potrebbero distrarre; riduzione dell'illuminazione eccessiva, del rumore e della confusione,e ambienti dove riunirsi in gruppi familiari.

 

Che cosa può produrre un modello Gentlecare rispetto ad altri modelli biomedici?

 

  • Migliora i livelli di rendimento della persona affetta da demenza
  • aumenta la partecipazione nelle attività di cura della persona
  • più socializzazione e comunicazione spontanea
  • riduce i disturbi non cognitivi e aggressivi
  • meno vagabondaggio
  • meno discussioni e litigi
  • incontinenza ridotta
  • miglioramento della partecipazione all'assistenza
  • aumento del coinvolgimento della comunità e operatori
  • risparmio nei costi

 

 

Le tappe prevedono:

 

  • l'identificazione della malattia,
  •  la valutazione degli specifici deficit funzionali causati dalla malattia 
  •  la costruzione di un programma di assistenza protesica personalizzata per ciascun paziente, in modo da aiutare queste persone a fronteggiare le sfide della vita quotidiana.

 

Le componenti dell'assistenza protesica- persone,programmi e spazio fisico- non sono aggiunte costose a programmi esistenti; fanno parte dei servizi sanitari di base esistenti.

Gentlecare organizza semplicemente queste componenti in modo differente, affinchè possano sostenere, piuttosto che sfidare, le persone con danno cerebrale.


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